Non qui

Ho acceso una luce e illuminato la scena.
Per terra un foglio di giornale e i tuoi occhiali, sporchi di qualcosa.
Un bicchiere è appoggiato sul tavolo, due dita di una bevanda giallognola, all’apparenza whisky. Accanto al bicchiere un biglietto del tram, vidimato, e una penna biro blu senza tappo.
I tuoi guanti di pelle accanto alla tua sciarpa. E’ tutto ben piegato e stonano quegli occhiali per terra. Vorrei raccoglierli, pulirli, metterli al loro posto.
Non posso.
Mi è stato ordinato di non toccare nulla, di guardare e di capire se c’è tutto o manca qualcosa.
Be’, di sicuro, manchi tu, anche se un po’ ovunque ci sono segnali di te.
Guardo la libreria, non noto niente di strano, mi sembra che manchi un libro di cucina che avevamo comprato da poco, ah eccolo è appoggiato sul tavolo accanto alla biro blu.
Osservo meglio. Il libro è chiuso ma c’è una pagina con un’orecchia.
Faccio presente della cosa al mio accompagnatore.
Con attenzione controlla il libro e poi lo apre alla pagina con l’orecchia.
“Fettuccine al sugo di noci e capperi.”
La penna blu ha tracciato un segno sotto la parola “attesa.”
Dopo un’attesa di una trentina di minuti. E il blu che sottolinea “attesa”.
Solo quello.
Nient’altro.
Un po’ poco come messaggio.
Di fronte alla libreria c’è la parete bianca, li c’era appesa una stampa di un vecchio manifesto pubblicitario, non c’è più, si vede il segno. No, non l’hanno rubato, lo abbiamo portato ad aggiustare il vetro che io ho rotto giocando a tennis. In casa, io e te, con a wii, ho tirato indietro il braccio con foga e ho incocciato il manifesto con il mio wiimote. Tu ti eri arrabbiata perché avevo il vizio di togliere i guscio protettivo. Avevo pulito tutti i vetri e il giorno dopo avevo portato il manifesto ad aggiustare. Peccato stavo vincendo e il premio sarebbe stato…
Lo sguardo del mio interlocutore si fa interrogativo e seccato, cambio discorso e continuo a guardare in giro.
Manca il portacenere, sì il portacenere, quello che ti regalò tua nonna, uno strano pezzo di pietra che una volta ti cadde dalla mani sul tavolino mentre buttavi via le cicche e ci fece un buco. Vede è ancora lì, il buco. Si fumava.
Sulla sedia una copia di un manuale di fotografia e la tua Nikon, senza obbiettivo, solo il corpo. Anche quello comprato di recente. L’obbiettivo è nella sua scatola, lì sopra quello scaffale, sì proprio quello. Vede è dentro.
Il tuo portafoglio è accanto al computer. Il mio interlocutore mi dice quello che ci ha trovato dentro. Dico che mi pare ci sia tutto, di solito non abbiamo mai molti soldi in contanti, giusto quei pochi euro per le spese minute, mi pare strano che nel tuo ci siano addirittura cinquecento euro. Magari avevi da fare qualche spesa.
Sono anestetizzato, non sento e non provo nulla.
Guardo la nostra foto appoggiata sullo scaffale sopra la televisione, sorridiamo, siamo al mare ma è inverno, fa freddo, tu hai la sciarpa e il piumone, ma c’è il sole, io ho gli occhiali da sole. Eravamo a Viareggio. Ricordo che ce la facemmo scattare da uno che passava. Eravamo felici. Volevamo documentarlo.
La sciarpa copriva la tua guancia ferita. Io amavo quella cicatrice che secondo te deturpava il tuo volto. Non ti ho mai visto senza.

– No, all’apparenza non manca nulla –
– Ne è certo –
– Sì, cioè dovrei guardare nei cassetti… –
– Non tocchi nulla –
– D’accordo –

Spengo la luce, la stanza ripiomba nel buio, sento dentro di me la tua risata, fuori sento un clacson.
Fa fresco.
All’orizzonte sale il fumo di una ciminiera.
Forse un urlo forse il verso di un uccello
Mi accoccolo nel giubbotto, mani in tasca, seguo silenzioso l’uomo davanti a me.

– Lei ha qualche idea di quello che potrebbe essere successo? –
– No! –
– La sua macchina? –
– Non ho macchina, viaggio quasi sempre a piedi, in queste piccole città è tutto a portata di mano e quando devo andare più lontano, be’ ci sono i mezzi, o gli amici o sì lei aveva una macchina –
– La vede? –
– Si è lì parcheggiata –
– Ha le chiavi? –
– Non qui