Andrea Pazienza

Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto il 23 Maggio 1956.
A 13 anni si trasferisce a pescara dove frequenta il Liceo Artistico e partecipa al Laboratorio comune d’arte “Convergenze”.
Terminati gli studi liceali si iscrive al DAMS, a Bologna.

Io, finite le superiori, volevo fare il DAMS(*). Gli anni erano più o meno quelli in cui Paz era il più grande di tutti. Io mi sono diplomato nel 1980 e poi ho passato un’intera estate per decidere a quale facoltà iscrivermi.
Gli anni di piombo stavano finendo, Un DC9 viene precipitato dalle parti di Ustica e una bomba scoppia in una stazione a Bologna. Due anni dopo avremmo vinto un mondiale di calcio, io avrei fatto il militare, la Mafia avrebbe ucciso il generale Dalla Chiesa che aveva appena sgominato el BR, e le TV Private cominciato a crescere. Credete che queste cose non siano state in relazione tra di loro? Probabilmente avete ragione ma godo nell’instillare in voi, piccoli lettori, un dubbio sul vero significato della parola regime.
Ma torniamo al succo della questione. Io nel 1980 volevo fare il DAMS, insomma ero portato per la creatività, scrivevo canzoni, poesie, inventavo storie c’era solo un piccolo problema di fondo, ero stato cinque anni a Forlì a fare l’istituto tecnico aeronautico e io abitavo a Monza. Cioè le superiori le ho fatte lontano dall’influenza dei miei genitori. Ovvio che il desiderio dei miei fosse quello di poter riprendere il completo controllo su di me e anche io ero sufficientemente stanco di dover affrontare ogni problema, sostanzialmente, da solo per cui ,alla fin della fiera, il DAMS a Bologna non l’ho fatto. Mi sono iscritto a Geologia, poi a Lingue e poi, dopo tre, quattro mesi, fatta la rinuncia agli studi, fatto il venditore di enciclopedie e, il 1 aprile del 1982, partito per il militare.
Mi è rimasto un grosso rimpianto, e se avessi lottato veramente per fare il DAMS e, essendo i miei genitori persone vere, loro me lo avessero fatto fare?
Stamattina la mano mi è capitata, casualmente, sul libro di Paz a cura di Vincenzo Mollica. Ho sfogliato alcune pagine e letto che oggi sarebbe stato il suo 51° compleanno e mi è venuto in mente che io e Paz ci saremmo potuti incontrare a quel DAMS di Bologna e che magari io avrei potuto mettere in musica una sua storia o lui avrebbe potuto disegnare una mia storia, magari Gino e Gina che attraversavano la strada. Magari non ci saremmo mai neppure incontrati e magari avrei vissuto una storia completamente diversa, magari sarei finito al Bagaglino o con una siringa in un braccio vicino ad un bidone della spazzatura in un angolo buio di un vicolo chiuso al traffico.
Magari. Ma magari nessuna di queste cose e dopo poco avrei fatto la rinuncia agli studi e partito per il militare riprendendo la corsa verso il mio attuale presente perché mi ricordo che una volta, disperatamente innamorato di una ragazzina(**) che mi aveva martoriato, avevo scritto su un foglietto di carta, a lei indirizzato, una cosa del tipo: “lo so come andrà a finire, tornerò a casa mia, mi sposerò con una brianzola, metterò al mondo due pargoli e vivrò la mia vita di piccolo borghese triste e frustrato”.
Non sono triste e frustrato, almeno credo, però è certo che non si dovrebbe mai scrivere del proprio futuro pena, prima o poi, il suo avverarsi in una sorta di cristalizzazione di quello che dovrà avvenire. Lo so, lo so, lo so che se la vita fosse andata diversamente adesso non potrei godere dell’infinita bellezza delle mie figlie, della pazienza di mia moglie e dell’infinita rottura di coglioni del mio lavoro ma…
“Allora torna, consolatrice, l’immagine dell’universo parallelo in cui stiamo vivendo questa stessa vita e per ogni scelta un possibile svolgimento e man mano che andiamo avanti gli universi diventano sempre di più perchè sempre di più sono le scelte che abbiamo fatto. Il paradiso del viaggiatore solitario lo immagino come il luogo in cui ci viene data la possibilità di esplorare tutti questi universi e di sapere cosa sarebbe successo se… l’inferno come il luogo dove percorrere eternamente ed interrottamente la stessa strada senza mai un dubbio su dove stiamo andando.”

Andrea Pazienza scrisse “…Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli. Morirò il sei gennaio 1984.”
Andrea Pazienza morì a Montepulciano il 16 giugno 1988.
Ecco… volevo solo dire Buon Compleanno Paz.

(*) Disciplina Arte Musica e Spettacolo.
(**) Dimenticavo, buon compleanno anche a te.

Non qui

Ho acceso una luce e illuminato la scena.
Per terra un foglio di giornale e i tuoi occhiali, sporchi di qualcosa.
Un bicchiere è appoggiato sul tavolo, due dita di una bevanda giallognola, all’apparenza whisky. Accanto al bicchiere un biglietto del tram, vidimato, e una penna biro blu senza tappo.
I tuoi guanti di pelle accanto alla tua sciarpa. E’ tutto ben piegato e stonano quegli occhiali per terra. Vorrei raccoglierli, pulirli, metterli al loro posto.
Non posso.
Mi è stato ordinato di non toccare nulla, di guardare e di capire se c’è tutto o manca qualcosa.
Be’, di sicuro, manchi tu, anche se un po’ ovunque ci sono segnali di te.
Guardo la libreria, non noto niente di strano, mi sembra che manchi un libro di cucina che avevamo comprato da poco, ah eccolo è appoggiato sul tavolo accanto alla biro blu.
Osservo meglio. Il libro è chiuso ma c’è una pagina con un’orecchia.
Faccio presente della cosa al mio accompagnatore.
Con attenzione controlla il libro e poi lo apre alla pagina con l’orecchia.
“Fettuccine al sugo di noci e capperi.”
La penna blu ha tracciato un segno sotto la parola “attesa.”
Dopo un’attesa di una trentina di minuti. E il blu che sottolinea “attesa”.
Solo quello.
Nient’altro.
Un po’ poco come messaggio.
Di fronte alla libreria c’è la parete bianca, li c’era appesa una stampa di un vecchio manifesto pubblicitario, non c’è più, si vede il segno. No, non l’hanno rubato, lo abbiamo portato ad aggiustare il vetro che io ho rotto giocando a tennis. In casa, io e te, con a wii, ho tirato indietro il braccio con foga e ho incocciato il manifesto con il mio wiimote. Tu ti eri arrabbiata perché avevo il vizio di togliere i guscio protettivo. Avevo pulito tutti i vetri e il giorno dopo avevo portato il manifesto ad aggiustare. Peccato stavo vincendo e il premio sarebbe stato…
Lo sguardo del mio interlocutore si fa interrogativo e seccato, cambio discorso e continuo a guardare in giro.
Manca il portacenere, sì il portacenere, quello che ti regalò tua nonna, uno strano pezzo di pietra che una volta ti cadde dalla mani sul tavolino mentre buttavi via le cicche e ci fece un buco. Vede è ancora lì, il buco. Si fumava.
Sulla sedia una copia di un manuale di fotografia e la tua Nikon, senza obbiettivo, solo il corpo. Anche quello comprato di recente. L’obbiettivo è nella sua scatola, lì sopra quello scaffale, sì proprio quello. Vede è dentro.
Il tuo portafoglio è accanto al computer. Il mio interlocutore mi dice quello che ci ha trovato dentro. Dico che mi pare ci sia tutto, di solito non abbiamo mai molti soldi in contanti, giusto quei pochi euro per le spese minute, mi pare strano che nel tuo ci siano addirittura cinquecento euro. Magari avevi da fare qualche spesa.
Sono anestetizzato, non sento e non provo nulla.
Guardo la nostra foto appoggiata sullo scaffale sopra la televisione, sorridiamo, siamo al mare ma è inverno, fa freddo, tu hai la sciarpa e il piumone, ma c’è il sole, io ho gli occhiali da sole. Eravamo a Viareggio. Ricordo che ce la facemmo scattare da uno che passava. Eravamo felici. Volevamo documentarlo.
La sciarpa copriva la tua guancia ferita. Io amavo quella cicatrice che secondo te deturpava il tuo volto. Non ti ho mai visto senza.

– No, all’apparenza non manca nulla –
– Ne è certo –
– Sì, cioè dovrei guardare nei cassetti… –
– Non tocchi nulla –
– D’accordo –

Spengo la luce, la stanza ripiomba nel buio, sento dentro di me la tua risata, fuori sento un clacson.
Fa fresco.
All’orizzonte sale il fumo di una ciminiera.
Forse un urlo forse il verso di un uccello
Mi accoccolo nel giubbotto, mani in tasca, seguo silenzioso l’uomo davanti a me.

– Lei ha qualche idea di quello che potrebbe essere successo? –
– No! –
– La sua macchina? –
– Non ho macchina, viaggio quasi sempre a piedi, in queste piccole città è tutto a portata di mano e quando devo andare più lontano, be’ ci sono i mezzi, o gli amici o sì lei aveva una macchina –
– La vede? –
– Si è lì parcheggiata –
– Ha le chiavi? –
– Non qui

 

Nada bimbo io non la faccio, nemmeno a te.

La guerra è sbagliata punto. Sia essa ideologica, religiosa, di espansione territoriale o economica e puranco difensiva. E’ sbagliata la guerra alla droga, quella alla mafia e persino quella allo sporco più sporco. E’ il concetto stesso di guerra che è sbagliato.
L’eliminazione del problema attraverso l’atto belligerante e non attraverso lo studio del problema, la sua comprensione e la sua, se necessaria, rimozione.
Questo è il mio pensiero. Che la guerra la facciano i santi o i diavoli a prescidere da torti e ragioni è sbagliata, punto e basta.
E poi durante una guerra io non mi schiero: Rassegnatevi, non mi schiero, nè da una parte né dall’altra nemmeno se la guerra fosse la mia per difendermi da qualcuno che mi aggredisce.
Non mi schiero e non porgo l’altra guancia.
Mi sono rotto i coglioni delle guerre con dio dalla nostra parte e che dio di merda è un dio che guerreggia e che benedisce i cannoni. Il dio a cui penso io è un dio che parla, aiuta, consiglia,  non che colpisce a raffica, o mutila, o chiede soldi.
Per cui quando sento puzza di antisemitismo sento puzza di tifo a favore di una delle due parti, sento il lavorio degli uffici stampa e/o dei fuffari di tutte le nazioni pronti a sapere cose che gli altri non sanno ma loro sì perché sono intelligenti e vedo menti brillanti cascarci con tutti i piedi.
Sento il nuovo ordine mondiale tirato in ballo come le caramelle drogate date fuori dalle scuole. Il buco dell’ozono mescolato con il rigore sbagliato da Baresi ai mondiali del 1994 e il diavolo che appare tra le fiamme dell’undici di settembre. E i bambini che all’asilo mangiano una merendina e perdono la testa perché la merendina scoppia  e tutto fa brodo per lenire il nostro bene/maledetto senso di colpa di stare con la pancia piena e la moglie ubriaca seduti sulla nostra poltrona guardando la tv che se capitasse a noi.
Insomma mi fermo e non parteggio perché so che comunque faccio sbaglierò e allora non faccio. Però dubito. Ti chiedo: “Ma sei sicuro?”, e tu mi dici , “Sì hanno tagliato la testa a mille bambini per il solo gusto di farlo, sparano a donne, vecchi e bambini”.
“Ma chi?”
“Loro!”
E io mi arrendo o meglio la mia si chiama resistenza passiva e resisto anche a te che vuoi farmi fare la guerra. Nada bimbo io non la faccio, nemmeno a te.

Ho la vita grossa

La mia vita è grossa. Se la misuro è lunga da qui a là e contiene un sacco di cose. Di molte nemmeno ricordo cosa eppure dovrei saperlo, è della mia vita che sto parlando.
La mia vita non è stata sempre così. Una volta era molto meno grossa, non dico piatta ma senza quei rivoli che si sono accumulati in anni di vittorie e sconfitte. Ogni vittoria un festeggiamento e ogni sconfitta una compensazione.
E ora? E’ grossa, grossa assai e si dimena, sciaborda e nonostante ogni tentativo estremo di cura non vuole stare ferma, come se si ricordasse di qualcosa da fare. Ma cosa dovrebbe fare?
Chiudersi? Rivoltarsi? Affabularsi?
La mia vita è grossa nella sua tenuità, genuina se volete ma intollerabilmente spessa.
La mia vita è grossa, se la misuro va da molto in là a qua con qui e quo a far da sponda.
La sollevo un po’ e guardo sotto.
Vecchi pensieri.
Liposuzione. Ecco potrebbe essere una soluzione. Eliminare il grasso in eccesso. Togliere il di più, ma come si fa. Ogni di più è un ricordo, un’infatuazione, un trigliceride impazzito, una novità di note  e parole, magari un atto d’amore speso in una notte d’estate e mai più ritornato.
La mia vita si ingrossa.
Alto spessore.
Guance cadenti.